Matrimonio al Meiji Jingu

Matrimonio al Meiji Jingu

Il rumore della città sembra lontanissimo. Nel grande spiazzo del Meiji Jingu, con il lieve sentore dei fiori di ciliegio ancora nell’aria, una piccola processione avanza lentamente tra due ali di turisti silenziosi. Davanti a tutti, una coppia di sposi: lei indossa lo shiromuku, un candido kimono bianco completato da uno wataboshi; lui, un elegante montsuki haori nero. Per qualche istante, tra il verde della grande foresta tutto intorno e la calma del santuario, sembra di essere tornati indietro nel tempo.

La processione

La primavera, in Giappone, è la stagione dei matrimoni. E come potrebbe essere altrimenti, quando è il momento in cui tutto comincia? L’anno scolastico, i nuovi lavori, una vita insieme: ogni inizio, nel Paese del Sol Levante, avviene sotto i sakura in fiore. È il 12 aprile, e sto per assistere a uno di questi inizi. Qualche mese fa, un nostro caro amico ci ha invitati al suo matrimonio al Meiji Jingu, uno dei santuari più famosi di Tokyo, dove si sposerà con la cerimonia tradizionale shintoista – uno spettacolo sia per gli occhi che per l’anima, anche se ancora non mi rendo conto fino a che punto.

La giornata comincia presto. Mi trucco con cura, raggiungo la stazione di Harajuku e insieme a due amiche attraversiamo il grande torii che segna l’ingresso all’area sacra, incamminandoci lungo l’ampio sentiero che attraversa la foresta fino al padiglione centrale del santuario. Bastano pochi minuti per dimenticare di trovarsi in una delle città più grandi del mondo: il traffico, i grattacieli, persino il brusio costante di Takeshita Doori scompare, sostituito dal fruscio degli alberi e da quell’atmosfera pacifica che avvolge i templi e i santuari giapponesi. Siamo in tre, e ci muoviamo tra l’emozione e l’imbarazzo. Per noi, la prima tappa è la reception hall, per indossare i kimono.

Il Meiji Jingu ichi no torii, il grande torii all’ngresso sud del Meiji Jingu

Indossare un kimono formale richiede tempo e una buona dose di pazienza. Nel nostro caso, dopo esserci fatte acconciare i capelli, il kitsuke dura circa un’ora: le vestitrici si muovono attorno a noi per avvolgerci nei kimono prestati dalla madre e dalla nonna dello sposo. Strato dopo strato, ci vediamo fasciare in una silhouette elegante e rigorosa stretta sul busto dall’obi, che alla fine ci viene sontuosamente annodato sulla schiena. I sandali zōri e una piccola borsetta, coordinati tra loro, completano la vestizione del kimono, lasciandoci con un chilo di stoffa in più addosso e gli occhi umidi per l’emozione.

Il kimono prestato dalla madre dello sposo

Una volta pronte, raggiungiamo gli altri invitati, e in uno degli edifici riservati alle cerimonie incontriamo finalmente gli sposi. Lei indossa uno shiromuku candido, il tradizionale kimono nuziale bianco che simboleggia la purezza; lui, un elegante montsuki haori nero e i pantaloni hakama, il completo maschile più formale della tradizione giapponese. Mentre alla coppia vengono spiegati i gesti e le formule che scandiranno il rito, a noi invitati viene servita una piccola ciotola di sakurayu, una sorta di infuso preparato immergendo dei fiori di ciliegio conservati sotto sale in acqua calda, e tradizionalmente associato alle occasioni felici.

Gli sposi: lei indossa uno shiromuku, lui un montsuki haori con gli hakama a righe

Poco dopo ha inizio il sanshin no gi, la processione nuziale che attraversa il santuario. Aprono il corteo due miko, le sacerdotesse shintoiste, riconoscibili dal kosode bianco e dagli ampi hakama rossi; seguono gli sposi, accompagnati dalle rispettive famiglie, con le madri e le sorelle nei loro pregiati kurotomesode. Sopra la coppia viene aperto un grande ombrello rosso, uno degli elementi più iconici dei matrimoni tradizionali shintoisti. Infine, dietro si formano due file, da una parte gli invitati dello sposo e dall’altra quelli della sposa, e lentamente, in silenzio, attraversiamo il grande piazzale del Meiji Jingu. Per qualche minuto il tempo sembra rallentare. Nessuno parla, foto e video non ci sono permessi. Si sentono soltanto il rumore dei nostri passi, il fruscio degli alberi mossi dal vento e i sussurri dei turisti che ci osservano incantati.

La processione: davanti le miko, seguite dagli sposi con la madre della sposa, un sacerdote e infine gli invitati

La processione termina in una stanza riservata alle cerimonie matrimoniali. Ci sediamo ai nostri posti, lasciando libera la zona centrale, dove siedono i due protagonisti della giornata. Qui, la cerimonia vera e propria si apre con la recitazione di un norito da parte di un sacerdote, una preghiera rituale con cui si invoca la protezione dei kami, le divinità dello shintoismo. L’atmosfera è solenne: ad accompagnare la litania risuonano le note del gagaku, l’antica musica di corte giapponese, eseguita con alcuni strumenti tradizionali, il flauto e il koto. A intervalli regolari, una delle miko fa tintinnare un suzu, un sonaglio dorato composto da piccoli campanelli il cui suono aiuta a purificare il luogo sacro e a richiamare la benevolenza degli déi.

Una delle miko e il sacerdote

Uno dei momenti più significativi è il san san kudo. Agli sposi vengono offerte tre coppe di sake di dimensioni diverse, dalle quali bevono a turno seguendo una precisa sequenza rituale, in un gesto che simboleggia l’unione della coppia e il legame tra le loro famiglie. Successivamente gli sposi leggono le promesse e compiono l’offerta del tamagushi, un ramo di un albero sakaki decorato con strisce di carta bianca, con cui rendono omaggio ai kami e affidano loro la nuova vita che stanno per iniziare insieme. Anche senza comprendere ogni dettaglio e ogni parola di ciò a cui stiamo assistendo, è impossibile non percepire il grande valore simbolico racchiuso in quei movimenti lenti e accuratamente codificati.

Gli sposi leggono le promesse

Per circa mezz’ora il rito procede con una calma quasi meditativa, lontanissima dall’idea di matrimonio a cui siamo abituati in Italia. Seduta al mio posto, con il kimono che limita ogni movimento e nessuno schermo a ricordarmi il secolo in cui siamo, sorseggio il sakè rituale che ci offrono. Mi ritrovo ad ascoltare il suono del flauto, il tintinnio dei campanelli e le parole del sacerdote senza comprenderle davvero, consapevole che i gesti, i suoni, i colori che ho davanti possono trasmettere tutto ciò che basta sapere in giornate come questa: l’emozione di un nuovo inizio.

Glossario
  • Gagaku (雅楽): musica tradizionale della corte imperiale giapponese, suonata anche durante i matrimoni shintoisti.
  • Hakama (袴): parte del vestiario tradizionale giapponese, gli hakama sono larghi pantaloni con una forma a pieghe, che li rende visivamente simili a una gonna ampia.
  • Kami (神): divinità della tradizione shintoista.
  • Kitsuke (着付け): vestizione del kimono.
  • Kosode (小袖): veste a T, predecessore del kimono, ma più semplice, corto e comodo. Viene solitamente indossato con gli hakama.
  • Kurotomesode (黒留袖): kimono femminile molto formale e costoso, di colore nero, indossato durante i matrimoni dalle parenti più vicine agli sposi.
  • Miko (巫女): giovani ragazze che servono nei santuari shintoisti; sono riconoscibili per gli hakama rossi, chiamati hibakama (緋袴) e il kosode bianco, che insieme costituiscono la loro tenuta tradizionale. Le miko tengono i capelli lunghi, raccolti in una coda.
  • Montsuki haori (紋付き羽織): kimono maschile molto elegante, indossato insieme agli hakama. È la tenuta indossata dallo sposo e dai parenti maschili più vicini alla coppia.
  • Norito (祝詞): antiche preghiere shintoiste.
  • Obi (帯): la cintura del kimono, che fascia il busto e che viene legata sulla schiena in un nodo più o meno elaborato.
  • Sakurayu (桜湯): una sorta di infuso preparato immergendo dei fiori di ciliegio conservati sotto sale in acqua calda.
  • San san kudo (三三九度): rito tradizionale dei matrimoni shintoisti durante il quale gli sposi bevono sakè da tre coppe di dimensioni diverse seguendo una sequenza prestabilita di tre sorsi per coppa. Il nome significa letteralmente “tre, tre, nove volte”,
  • Sanshin no gi (参進の儀): corteo che dà inizio a un matrimonio shintoista.
  • Shiromuku (白無垢): kimono nuziale, uno dei due tipi di kimono indossati dalle spose durante i matrimoni shintoisti. È completamente bianco, così come sono bianchi gli accessori: i sandali zōri, il copricapo, l’obi. L’altro tipo di kimono nuziale è lo irouchikake (色打掛), che invece è colorato.
  • Suzu (鈴): sonaglio rituale formato da piccoli campanelli metallici, utilizzato nelle cerimonie shintoiste.
  • Tamagushi (玉串): ramo dell’albero sacro sakaki, decorato con strisce di carta rituali e offerto ai kami durante le cerimonie shintoiste.
  • Torii (鳥居): portale che segnala l’ingresso a un santuario shintoista. Ne esistono molti tipi, ma la sua struttura elementare è sempre la stessa, e comprende due pilastri uniti in cima da un palo orizzontale.
  • Zōri (草履): sandali tradizionali giapponesi indossati con il kimono nelle occasioni formali; si portano con i tabi, i caratteristici calzini bianchi con l’alluce separato.
  • Wataboshi (綿帽子): copricapo bianco che completa lo shiromuku.

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